Fresco. Si sentiva fresco come una rosa, arzillo come un grillo, felice come una pasqua. La sua pelle rosa appena sbarbata e appena profumata (non amava i profumi accentuati) era piacevolmente rinfrescata dal flusso di aria refrigerata che il suo costoso climatizzatore faceva uscire dalle bocchette poste un po’ dovunque nell’abitacolo della sua lussuosa automobile. Azionò il tergicristallo facendo uscire dagli ugelli sul cofano l’acqua lievemente insaponata, per pulire la patina che si formava continuamente sul parabrezza, causata dal misto di umidità, smog, polvere e pulviscolo e sporcizie varie, cementate dal calore insopportabile che ormai caratterizzava la gran parte dell’anno. Insopportabile calore profetizzato e annunciato per molti decenni, ma non per questo meno caldo e meno insopportabile. Tuttavia molti dovevano sopportarlo, come quelli che ora erano fuori dalla sua auto ed avevano la sciagura di dover sfidare continuamente questo clima inumano e vivere comunque la loro esistenza senza aria condizionata. Avevano facce tirate, espressioni sconvolte, occhi larghi e profondi. Li vedeva avvicinarsi di tanto in tanto alla sua auto, come a voler dire, a voler fare. Ma la sua esistenza non contemplava la possibilità di contatto diretto con il pianeta e i suoi abitanti: si sentiva a ragione - ed in effetti lo era - il punto più elevato dell’evoluzione umana. Incarnava il superamento tecnologico delle barriere che il pianeta vanamente poneva di continuo davanti alla razza umana per ricordargli la sua origine animale. Origine, ma non destino. Il destino dell’umanità era qualcosa di più, di diverso, di superiore, che lui riusciva a intravedere; lui e gli altri come lui, non certo la massa sudata che lo circondava.
Trasalì quando sentì un colpo di un corpo sul cofano. Inavvertitamente aveva urtato un uomo che ora lo guardava attraverso il parabrezza ancora gocciolante d’acqua saponata, con i suoi occhi profondi, quasi disperati, ma non dannati, quasi umani ma senza ombra di supplica o di invidia. Si diedero un lungo sguardo, poi lui fece segno di togliersi di mezzo e infastidito accelerò, lasciandolo alle sue spalle, in piedi in mezzo alla strada che lo guardava alzando un braccio, come a mostrare qualcosa, ma forse solo a salutare come in un triste addio. Un brivido gli percorse la schiena, ma tutto finì lì. Mancavano pochi chilometri alla sua destinazione, un lussuoso e confortevole ufficio nell’atmosfera protetta del business building, dove per tutta la giornata avrebbe spostato capitali, navi, truppe, merci, uomini e donne per tutto il pianeta, obbedendo agli ordini del governo mondiale. Aveva studiato e lavorato molto per giungere in quella posizione, per respirare quella atmosfera rarefatta così lontana dalle grida, dal sudore e dalla puzza dei corpi umani e delle loro mille secrezioni. Lì finalmente tutto trovava il proprio senso, tutto si spiegava.
Era come guardare il mondo da un satellite: le minuzie nelle quali le persone “normali” erano impegnate ed impiegavano la loro intera vita, si mostravano per ciò che erano realmente, vale a dire cellule di un più ampio organismo, che quelle vite utilizzava e consumava. Forse era questo il motivo di quello sguardo, di quel misterioso saluto.
Per scacciare questi pensieri respirò a fondo l’aria fresca e profumata del suo condizionatore. Respirò ma non era soddisfatto: non era la solita aria. In effetti si accorse che la temperatura e l’umidità all’interno dell’abitacolo erano salite e si era persa quella perfezione climatica cui era abituato. Armeggiò con gli strumenti ma alla fine si dovette arrendere: il suo condizionatore si era guastato. Non era mai accaduto che un componente essenziale della sua auto si rompesse: aveva avuto altre volte dei piccoli incidenti, ma erano stati risolti brillantemente grazie alla perfetta rete di assistenza del veicolo.
Consultò quindi il computer a bordo per individuare il più vicino centro per le riparazioni, impostò il navigatore e vi si diresse. Inviò un messaggio alla sua segretaria per preannunciarle il suo possibile ritardo e si tranquillizzò. Era solo questione di tempo e tutto sarebbe tornato a posto. Intanto l’aria nella macchina si era fatta pesante e viziata, senza il ricircolo dato dall’impianto di condizionamento e quindi, a malincuore, decise di aprire uno spiraglio per far entrare l’aria esterna. Dovette cercare il pulsante dell’alzavetro che probabilmente non aveva mai usato fino a quel momento: finora non aveva mai abbassato gli schermi che lo separavano dal pianeta. La prima sensazione fu di essere assalito da un esercito di odori, caldi, umidi e contrastanti, che lo presero prima alla gola e poi al cervello. Si sentì subito impregnato della poltiglia che secoli di inquinamento avevano sparso per tutto il pianeta.
Spaventato richiuse subito il vetro e contattò il centro di assistenza per essere certo che il malfunzionamento sarebbe stato risolto nel più breve tempo possibile. L’impiegata gli dette brutte notizie: avrebbe dovuto aspettare qualche giorno a causa della mancanza di pezzi di ricambio. La crisi africana aveva causato il blocco temporaneo della produzione. La conosceva bene la crisi africana, era stata un’idea del suo capo per far alzare il prezzo del combustibile vegetale e consentire una rilevante speculazione ai propri clienti. Come sembrava lontano il suo lussuoso ufficio al 108° piano! Si arrabbiò con l’impiegata, che sgarbatamente gli consigliò di trovare un altro centro assistenza e chiuse bruscamente la comunicazione audio/video.
Adesso era sudato e preoccupato. Non poteva pensare che il suo problema non potesse risolversi. La macchina già puzzava di pianeta e la situazione non poteva che peggiorare se avesse aperto di nuovo il finestrino. D’altra parte. Non poteva. Fare altrimenti. Se. Non. Voleva. Soffocare. Decise allora di cercare un altro centro, stavolta senza chiamare prima: una volta che era lì avrebbero dovuto per forza risolvergli la situazione. Trovò l’indirizzo, impostò le coordinate e partì. Non respirava. Abbassò di nuovo il finestrino. L’impatto non fu terribile come prima, ma riusciva a percepire gli odori e le sensazioni nuove (antiche?) che si introducevano nel suo corpo ed assalivano il suo sistema nervoso e immunitario. Decise che una volta finita questa avventura si sarebbe sottoposto a un check up completo e ad una cura disintossicante.
Il percorso individuato dal navigatore passava per i sobborghi della megalopoli, per zone di cui non sospettava neanche l’esistenza, piene di quelle cellule della razza umana in cui c’era assieme il tutto e il niente, quelle parti dell’organismo planetario che lui gestiva, organizzava, spostava, terminava. Era colpito, ma anche molto preoccupato, sudava copiosamente e la sua tuta aderente, luccicante ed elegante si era macchiata di sudore e si stringeva alla sua pelle in modo ora insopportabile. L’abitacolo era caldo e puzzolente come il resto del pianeta, insetti entravano ed uscivano, occhi e volti inespressivi guardavano senza curiosità lo spettacolo insolito per quelle parti di un veicolo argenteo fermo con un uomo accanto che cerca di togliersi una seconda pelle luminosa quasi strappandosela di dosso, paonazzo e urlante, preda del terrore più puro. Era veramente disperato. Il suo mondo si stava progressivamente e ineluttabilmente rovesciando e sembrava contraddire l’intera sua esistenza, il suo progetto e la sua stessa vita.
Doveva innanzitutto riparare questa maledetta macchina, per poi tornare nella civiltà, risalire la spirale che la stava risucchiando verso il cuore del pianeta, verso il gradino sottostante. Ma prima doveva togliersi di dosso quella tuta che lo stava torturando, era fatta per il fresco, non certo per quel clima da selvaggi. Impegnato com’era non si accorse subito dei molti occhi che lo guardavano e delle mani che lo toccavano. Quando sentì un dito ossuto che lo spingeva si voltò come una belva digrignando i denti ed emettendo un suono che non sapeva neanche che potesse avere dentro. Tutti scapparono e rimase solo, accanto alla macchina spenta e vuota, che ora sembrava persino meno argentea.
Non riusciva a ricordare più con precisione quanto tempo era passato da quando aveva abbandonato la sua vecchia vita per essere risucchiato nelle baracche della megalopoli, impegnato a mandare avanti un pezzetto di catena di montaggio in cambio di pezzetti di cibo e di vita. La sua esistenza era ormai un alternarsi di luce e buio, lavoro e quiete, fame e cibo, violenza e tranquillità. Si sentiva fisicamente e moralmente dalla parte degli sconfitti e lo sapeva bene, dato che era stato per tanto tempo uno dei vincitori.
Si ripeteva il giro di manovella che altre volte aveva fatto progredire l’ingranaggio dell’evoluzione umana, sempre schiacciando dentro qualcuno, sempre a costo delle sofferenze dei perdenti. E sempre a seguito dei progressi tecnologici. Fu così con chi scoprì il fuoco e i suoi usi, chi utilizzò le pietre, chi scoperse i metalli e così via fino ad oggi. Sempre una specie aveva dominato su un’altra inferiore fisicamente e tecnologicamente, fino a soppiantarla, fino a farla schiava.
Si sentiva come un Neanderthal soggiogato dai Cro-magnon, che non riesce a capire perché il suo fisico possente non può più imporsi su un cervello tanto fino. Il suo cervello forse un tempo era stato fino ma ora era impastato dalla poltiglia velenosa umida e polverosa che respirava e ingoiava, che gli stava rodendo i polmoni e gli intestini.
Era confuso e spento, era ormai un perfetto schiavo di un potere globale che aveva indubbiamente vinto. La scala dell’evoluzione aveva svoltato e lui era rimasto sul gradino in basso, dove l’aria non bastava più e dove la vita non era più vita umana. Non più umana. Malfermo sulle gambe andava barcollando quando sentì un rumore inconfondibile, un rumore della sua vita passata: il rombo sommesso e controllato di un’auto di lusso.
Si fermò lì dov’era, non riuscendo a capire, con i suoi sensi malati, da quale parte venisse quando sentì un colpo secco alla schiena che gli fece fare un salto avanti. Non cadde perché riuscì a reggersi aggrappandosi al cofano dell’auto che lo aveva investito. Guardò dentro l’abitacolo, attraverso un parabrezza pulito e trasparente e vide un volto che era il suo volto, degli occhi che erano i suoi occhi, in fondo ai quali riuscì a leggere una paura che era la sua paura. Per un lungo attimo si guardarono nel profondo, poi il guidatore, elegante e roseo, chiuso nel suo abitacolo filtrato e refrigerato, gli fece segno infastidito di scansarsi e togliersi di mezzo. Lasciò il cofano e si fece di lato, la macchina ripartì velocemente e lui restò in mezzo alla strada a guardarla andare, con il braccio alzato non certo a salutare quel bastardo, ma a mostrargli il tubicino dell’impianto di condizionamento che aveva staccato.
L’auto inconsapevole girò e si perse nella foschia, lui rise della risata di un Neanderthal sconfitto e riprese a camminare, barcollando...