Accese il computer e intanto che si svolgeva la procedura di avvìo della macchina guardò fisso i tasti di fronte a sé. Era l’ennesima volta che cercava di cominciare a scrivere e non riusciva neanche a comporre la prima parola. Era trascinato dalla sua ossessione e non riusciva a pensare ad altro. Pari, dispari, rosso, nero. Tutta la realtà doveva rientrare in questo schema, in questo parametro, ogni cosa era pari o dispari, rossa o nera. Ogni cosa, dal tavolo alla casa, dalla macchina all’aereo, comprese le persone. Anzi, soprattutto le persone. Sua madre era pari, ad esempio, pari nero. Il suo capo era dispari nero, ma la sua macchina era pari rossa. Questo forse spiegava il fatto che si rompesse sempre. Insomma, un’ossessione che gli impediva di articolare pensieri complessi. Il suo processo di elaborazione era continuamente interrotto dallo schema: pari o dispari? rosso o nero?
Occorre sgombrare il campo da un malizioso quanto inevitabile pensiero: non giocava alla roulette. Ci aveva provato, o, meglio, era entrato in una bisca dove facendosi largo tra fumo e vapori alcolici una ruota della fortuna girava tra grida e richiami. Ma era scappato via appena aveva visto che la ruota era piena di numeri. Ci mancavano solo quelli. Non voleva passare il resto della sua vita, oltre che a incasellare per pari-dispari-rosso-nero la realtà, anche a numerare le singole cose e le persone, creando nella sua mente un database spaventoso quanto inutile. Via, di corsa come il vento. Forse l’unica cosa buona della sua vita. Una corsa pari rosso. Pari rosso anche il vento come.
Ecco, il PC aveva finito il boot e le sue dita si disposero sui tasti. Quale spingere per primo? La Q pari nera o la T rosso dispari, o la F nero dispari?
Ripensò a quando si era accorto del suo problema, alla prima volta in cui non aveva visto semplicemente un bicchiere di latte, ma un bicchiere di latte pari. Non sapeva neanche cosa fossero i numeri e già sapeva che quella cosa era pari. Perché? Neanche a dire che i suoi genitori fossero particolarmente scienziati o intelligenti: gente normale, casa normale, vita normale. Certo, questa sua diversità rendeva tutto più complicato: come si fa a spiegare che la polpetta non ci piace perché la volevamo dispari ed invece era scodellata di un pari che più pari non si può? Non riusciva a viverla come una ricchezza, come un capire qualcosa di più degli altri, come se a lui fosse toccato il dono di leggere la vera natura delle cose, che solo a lui si dispiegava. Ma non solo a lui, chi aveva inventato la roulette doveva avere avuto lo stesso dono. E forse al mondo c’erano diverse persone come lui, nascoste come lui, terrorizzate come lui da un mondo disordinato e senza regole. Gli animali. Gli animali potevano capirlo forse. Ma lui non capiva loro, quindi niente da fare.
Spense il PC, era inutile come tutte le altre volte. PC dispari nero: forse doveva trovarne uno pari, magari la cosa migliorava.
Ma non aveva sufficienti soldi, dopo che aveva buttato via tutti quelli sbagliati. Era necessario dare una svolta alla sua vita, doveva assolutamente capire. Ripensò alla roulette e alla terribile paura di quella sera.
Forse si era spaventato perché aveva percepito di essere vicino alla soluzione. Paura di vincere. O perché aveva percepito che la soluzione poteva essere tragica, poteva significare la sua fine. Era meglio la fine che questo strazio. Meglio vedere in faccia la propria realtà piuttosto che continuare a brancolare nella nebbia. Pari nera.
Si vestì scegliendo accuratamente in maniera equilibrata tra le varie combinazioni, non voleva presentarsi in modo disordinato a quello che sapeva sarebbe stato forse il momento più importante della sua vita. Ebbe un dubbio sulle scarpe, toccavano quelle pari ma erano un po’ scomode e non sapeva quanto avrebbe dovuto camminare o stare in piedi. Optò per la comodità, pensando che il resto del suo corredo era così equilibrato che si poteva rischiare.
Per bilanciare le scarpe mise un cappello che non metteva mai perché era orribile con la sua tesa larga, ma era perfettamente pari rosso e quindi oggi era indispensabile. Impiegò parecchio tempo in queste operazioni e quasi perse l’autobus orario che dal suo sobborgo lo portava nel centro cittadino. Certo, era un’oscenità dover prendere un bus pari nero che invece era dipinto di verde ed aveva il numero 37, ma in fondo il tragitto durava poco e comunque il suo equilibrio era talmente solido che poteva sopportarlo. Scese comunque di fretta e si incamminò tra pali della luce tutti dispari, evitando macchine pari e dispari che per quello rischiavano continuamente di scontrarsi e man mano la strada si mutava in vicolo, buio e stretto, illuminato solo dall’insegna del locale verso cui stava andando. Il “Rien ne va plus”.
Entrò e fu assalito da un’onda di combinazioni pari-dispari-rosso-nero che rischiò di travolgerlo prima che la riuscisse a schermare e temporaneamente neutralizzare. Temporaneamente perché sapeva che non sarebbe resistito a lungo in quel luogo. Doveva trovare la sua risposta. Presto. Pari o dispari che fosse. Andò verso il fondo della sala, dove c’era il tavolo della roulette, tossendo per il fumo. Cosa strana, il fumo era l’unica cosa che non riusciva ad inquadrare nello schema. Chissà. Non fece in tempo a soffermarsi su questo pensiero, però, perché fu attratto dalla ruota roteante tra grida in francese. La osservò per la prima volta con calma.
Un disco diviso in 37 settori numerati e colorati alternativamente in rosso e nero che veniva fatto ruotare dal croupier, che poi lanciava la pallina in senso opposto a quello della roulette.
Affascinante. 37 settori. In cui racchiudere la sua vita, 37 sezioni a cui già qualcuno, certamente più saggio, ha assegnato già il pari, il dispari, il rosso, il nero. Dio? No, calma, si disse, ragiona: come può essere Dio ad avere creato la roulette, tra le tante cose da creare proprio quella? Poi vide una cosa che lo fece sudare. Lo zero. Lo zero non era né pari né dispari, né nero né rosso. Era verde. Ma come era possibile. Ma come era possibile. Come faceva lo zero a stare insieme ai 36 numeri. E verde, per di più. Era inevitabile che li giudicasse, li guardasse, li irridesse, cercasse di stanarli per farli uscire dalle loro comode caselline e sostituirli con altri. Che so, il 52, il 97, il 14359, lo 0,4578693844.
Fece un rapido conto. Aveva 37 anni, era nato nel ’37. viveva in una palazzina popolare di periferia dall’orrido color verde, era solo al mondo. Qual era il senso di una vita così segnata?
Uscì frettolosamente dal locale, non ne poteva più di tutta quella confusione, dei numeri, della roulette, del pari, del dispari, dei soldi, tutto sbagliato, tutto scombinato. Aveva voglia di pace, ordine, quiete, di restare fermo a incasellare il mondo, il pianeta, l’universo, senza limiti e senza preconcetti. Così. Pari al pari, Dispari al dispari. La via era buia e lui era molto turbato, inciampò diverse volte e quasi non si accorse di essere arrivato alla fermata. Era pronto l’ultimo autobus della notte, altri pochi minuti e avrebbe dovuto farsela tutta a piedi arrivando la mattina. Salì di corsa. Ma ecco che salendo sull’autobus notò che aveva il numero 37, come i settori della roulette e il colore verde, come lo zero.
E dentro lo aspettavano – se ne accorse quasi senza contare – 36 persone.
Allora vide finalmente chiaro in tutta la sua vita, in tutte le sue azioni, in tutti i suoi giorni.
E finalmente capì.
E salì sull’autobus che con lui fu finalmente pieno e pronto per il suo roteante destino.